«Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,49-53).
Il denaro non è di per sé un nodo: lo diventa quando l’io narciso protegge le ricchezze dall’altro, reputandolo una minaccia, poiché si identifica con i beni che possiede. A Maria che scioglie i nodi non chiediamo come disprezzare i beni ma di sciogliere l’attaccamento che li trasforma in una fortezza da salvaguardare ad ogni costo. Il fine è la libertà interiore, non la condanna della ricchezza. È la consapevolezza che nessun groviglio ha la parola definitiva, se consegniamo a Maria il vero nodo, non quello che mostriamo volentieri agli altri, ma quello che preferiremmo non nominare, nemmeno a noi stessi, permettendole, così, sciogliendolo, di sciogliere qualcosa anche dentro di noi.
Quando il bene diventa nodo? Ogni legame può trasformarsi in un nodo che stringe, soffoca, fa male, quando si fonda su dipendenza, controllo o paura — dinamica che vale in modo esemplare per il rapporto con il denaro. Il nodo delle ricchezze è essenzialmente «l’ossessione del possesso» e «l’avvitamento su se stessi». La domanda non è: «quanto possiedi?» ma «da cosa sei posseduto?». Lo diciamo con forza: si è schiavi quando la propria persona si identifica con i beni che possiede.
L’esempio più paradigmatico è il giovane ricco, con la sua domanda mal posta: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?» (Mt 19,16). Egli non sta esprimendo un bisogno, né cerca Dio; è solo ansioso di ricevere una rassicurazione. Pensa, addirittura, di poter acquistare la vita eterna. È il nodo tipico di chi affronta anche Dio con la mentalità economica del possesso. Il giovane considera un dovere la sequela Christi, ritiene il fare la via d’accesso al Paradiso, tralasciando completamente la relazione con Dio e la vita terrena. Gesù sposta il discorso «dal fare all’essere»: il giovane è già figlio e fratello, amato da Dio. Eppure egli «va via triste, nonostante i molti beni», il godimento delle ricchezze a cui non dovrà rinunciare per seguire Gesù, non gli dà gioia.
Qual è il messaggio? Innanzitutto, la ricchezza trattenuta con ansia toglie la gioia, non la dà. C’è, poi, un malinteso da sciogliere, con un’operazione di verità sul linguaggio, riguardo ai termini perfezioneerinnegamento. Le parole di Gesù — «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo» (Mt 19,21) — sono spesso fraintese. Il termine «perfetto», dal latino perficere, cioè, «portare a termine, condurre a compimento», non significa indefettibile, ma ci conduce alla perfezione che «è l’amore kenotico», la «Via dell’Agape». È perfetto chi è libero da qualsiasi ossessione del possesso, capace di coniugare rinuncia, giustizia e amore. «Rinnegare», invece, non significa mortificarsi, ma rinnegare la solitudine dell’ego, la chiusura del sé nel delirio del potere. Gesù non chiede di mortificare l’io, ma di liberarlo. Il modello supremo è la kenosi del Figlio, che «non considerò la sua natura divina un tesoro da tenere per sé, ma svuotò sé stesso» (Fil 2,7). Il denaro trattenuto come «tesoro geloso» è l’esatto opposto della logica di Dio, logica puramente donativa. Chi ama, facendo spazio all’altro, condivide la proprietà esclusiva delle proprie risorse, è perfetto, ha l’eternità e il centuplo quaggiù. Non si tratta di avere di meno, ma di collocare altrove il baricentro del cuore.
Maria ci insegna a possedere le cose senza esserne posseduti, liberi. Luca racconta che Maria Maddalena, Giovanna, Susanna «e molte altre», liberate da malattie e demoni, seguivano Gesù e i suoi discepoli, e «li servivano con i loro beni» (Lc 8,1-3). La liberazione si traduce in sequela, in responsabilità del servire. Il denaro sciolto dal nodo diventa mezzo di diakonia.
Enrichetta Cesarale








