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“Trinità di Gaeta”, come il nostro santuario finì nel romanzo che ha cambiato la letteratura

“Dio ti faccia la strada, e la Rocca di Francia e la Trinità di Gaeta, o fiore di latte, o schiuma degli erranti cavalieri! Vattene pur là, bravazzo del mondo, cuore d’acciaio, braccio di bronzo: Dio ti faccia strada e ti riconduca libero, sano e salvo, e senza macchia alla luce di questa vita che ora abbandoni per seppellirti volontario in tanta oscurità!”

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, a cura di Vittorio Bodini, Einaudi, Torino 1978, volume II, cap. XXII, p. 769.


Molte volte quando visitiamo un posto bello non ci interroghiamo molto sulla storia, diamo per scontato che sia lì da sempre. Questo è quello che succede anche al Santuario della SS. Trinità, che dal X secolo è qui su Monte Orlando. Non possiamo rintracciare tutte le testimonianze di devozione popolare che hanno sostenuto il santuario fin dagli albori, ma possiamo scrivere come questo posto sia finito nell’opera che ha dato inizio al romanzo moderno: Don Chisciotte della Mancia, epopea in capitoli pubblicata da Miguel de Cervantes nel 1605 in Spagna.

Ma lo spagnolo Cervantes come venne a conoscenza della Trinità di Gaeta?

È qui che la storia diventa interessante: Cervantes — dopo un attacco a un nobile spagnolo — fuggì in Italia nel 1568 per scampare alla pena, e a Roma divenne valletto del Cardinal Giulio Acquaviva d’Aragona¹, e nel 1570 si arruolò come soldato semplice nella flotta della Lega Santa e prese parte alla battaglia di Lepanto, a bordo della Marquesa². La sua nave era inquadrata nell’ala destra delle forze cristiane della Lega Santa. Combatté sotto il comando generale di Don Giovanni d’Austria contro la flotta dell’Impero Ottomano.

Tornato a Napoli, sotto il regno aragonese, Cervantes è sicuramente venuto in contatto con tanti marinai del regno di cui Gaeta era città in posizione strategica militare col suo porto fin dal 1435; ed era tradizione tra i marinai essere devoti alla cappella del Crocifisso costruita nella spaccatura centrale del monte. La consuetudine è testimoniata da diverse fonti: le navi che passavano dalla Trinità via mare sparavano a salve sempre 3 colpi di cannone a salve. Il 28 maggio 1615 un fulmine distrusse l’albero maestro di una nave, il cui comandante d’artiglieria, non volendo svegliare il marchese di S. Croce addormentato sulla stessa nave, passò davanti alla cappella del Crocifisso senza fare i consueti 3 spari. Il marchese in seguito, portò l’albero maestro bruciato trainandolo fin su al santuario come segno di penitenza e devozione³.


Note

¹ Catholic Hierarchy, Giulio Acquaviva d’Aragona, https://www.catholic-hierarchy.org/bishop/bdacqg.html

² Encyclopædia Britannica, Miguel de Cervantes, https://www.britannica.com/biography/Miguel-de-Cervantes

³ La storia del fulmine e la tradizione degli spari a salve sono documentate in: Parrino, Antonio, Nuova guida de’ Forastieri,

Napoli, 1727, p. 171.

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