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I nodi di Maria sciolti dai Tre. Il nodo della relazione

Mariachescioglieinodi – itinerario estivo (26 luglio 2026)

La storia di Maria, la madre di Gesù, è simile a tante nostre storie. La giovane donna di Nazareth, che sta per coronare il suo progetto di vita, è, infatti, promessa sposa a Giuseppe, uomo giusto, di stirpe davidica, ma incontra l’Altissimo, nel momento meno opportuno, in un certo sesto mese,quando la sua vita era stata già determinata in tutto e per Elisabetta, sua cugina, era finito il periodo di nascondimento della gravidanza. Il misterioso destino di Maria va guardato dalla prospettiva della realtà trinitaria. Le tre Persone divine si relazionano tutte con Maria, ognuna secondo la propria personalità. Maria diventa, così, lo spazio dell’auto-manifestazione di Dio uno e trino, dove, però Ella non è solo uno strumento per l’agire di Dio, ma, prima di tutto, resta una persona libera, che, rispondendo direttamente a Dio, entra e partecipa nella dinamica delle relazioni personali e distinte con il divino, che è Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito. I padri del Concilio Vaticano II descrivono così la figura di Maria: «Redenta in modo eminente in vista dei meriti del Figlio suo e a lui unita da uno stretto e indissolubile vincolo, è insignita del sommo ufficio e dignità di madre del Figlio di Dio, ed è perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo» (Lumen gentium, n. 53).

Nel nostro peregrinare terreno, la Trinità abita anche in noi, per sostituire i nodi con relazioni vere e libere. La vita filiale cristiana non tende semplicemente alla pienezza ma è realtà che sperimentiamo, poiché ciò che non ancora possiamo raggiungere, è stato inaugurato nel giorno della Resurrezione, per noi. Ai legacci si sono sostituiti i legami. Chi vive nella grazia ha un «cuore che paga», ha il cuore pienamente appagato, completo. Non ha nulla da rivendicare, non vi sono lotte nel cuore, né parti divise nell’anima. Tutto è sanato. Il Satana è disarmato dal dono della grazia.

C’è una tipologia di nodo a tre, chiamato borromeo, che ci fa intuire la forza agapica: la grazia che anima le nostre relazioni. Il nodo, presente nello stemma della famiglia dei Borromeo, per simboleggiare l’unione indissolubile delle tre famiglie Borromeo, Sforza e Visconti, è costituito dall’allacciamento di 3 anelli, la cui rottura di uno comporta lo scioglimento di tutti e tre. Il nodo borromeo tiene insieme tre cerchi, ma ognuno è libero di sganciarsi, rendendo liberi gli altri due. La particolarità del nodo borromeo sta nel fatto che il punto di incastro non segue un ordine e tutti gli anelli sono l’anello centrale, ognuno ha la peculiarità dell’anello di mezzo. Fra gli anelli, non c’è nessun tipo di gerarchica ma ognuno è indispensabile per lo stato di unità. Essi sono uniti in modo tale che se uno di essi, uno qualsiasi, viene sfilato, anche gli altri due sono liberati. A mo’ di allacciamento del nodo borromeo, posiamo immaginare le relazioni trinitarie, ad intra ed ad extra, e le relazioni umane. Innanzitutto, sono relazioni a tre. Quando un rapporto è diadico e si muove sui due poli  io-tu, esso diventa monade, chiusura assoluta e radicale. Nell’unione, l’unico punto di riferimento è l’altro da sé, che diventa unico orizzonte, in cui fondersi. La Trinità, invece, ci porta a considerare la relazione a tre, tra il Padre, il Figlio e lo Spirito, dove, come in un nodo borromeo, ognuno è legato all’altro ma libero dall’altro ed ognuno è legato all’altro da un terzo. Il terzo che tiene insieme i due è lo Spirito. Il legame, invece, che li tiene insieme, nodo sciolto che fa della vita intratrinitaria, una comunione necessaria, è l’amore kenotico. Dio è solo Agape.

Il legame kenotico riguarda, strano a dirsi, uno svuotarsi, richiama un’auto-kenosi, che vivono tutte e tre le Persone della Trinità, ognuna a modo suo. Li tiene insieme ma li lascia liberi. Paolo, nell’Inno ai Filippesi, scrive di Cristo: «ma svuotò/spogliò se stesso» (2,7a). L’oggetto della kenósi del Figlio è lo status che ha, di essere alla pari di Dio, e quel ma intende dire che Cristo effettivamente svuotò se stesso dalla prerogativa dell’essere divino, prendendo la condizione di servo. Il Padre fa kenósi nell’istante in cui decise di non voler essere soggetto autosufficiente, ma scelse di far spazio al Figlio e allo Spirito. Lo Spirito «si kenotizza, celando nel mondo il proprio “volto” ipostatico. Non solo per manifestare il “volto” del Figlio, né solo per manifestare la natura comune della Trinità, ma anche per salvaguardare la libertà dell’uomo nell’opera della divinizzazione» (Vladimir Lossky). In altre parole, lo Spirito rende la nostra libertà sempre più libera, ci dona la grazia, facendola nostra, per renderci un prodigio agli occhi di Dio. Il legame che tiene insieme la Trinità e che illumina la modalità di come vivere la nostra filialità è la relazione kenotica, dove ognuno è se stesso e vive il suo ruolo, facendo, nello stesso tempo, spazio all’altro.

Ricordiamo a tutti i fedeli interessati che il prossimo incontro sarà domenica 30 agosto alle 19:00 sempre nella Chiesa della SS. Trinità.

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