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Maria, sposa di Giuseppe, Tempio dello Spirito.

I nodi tra sposo e sposa

Chi di noi non conosce i nodi di una relazione? I nostri nodi o quelli dei nostri genitori, fatti di silenzi, di parole non dette o dette male, di aspettative tradite, di ferite che nel tempo si sono calcificate in risentimento, sono reiterabili per generazioni. Maria è chiamata a scioglierli non come maga o taumaturga, ma come colei che conosce il filo dell’amare dal suo principio, il suo «fiat» è il gesto simmetrico al «no» di Eva. Il primo nodo, infatti, è quello dell’inizio, di Genesi, la ferita originale: all’esclamazione di meraviglia dell’Adamo – «Questa finalmente è carne dalla mia carne, osso dalle mie ossa» (Gen 2,23) – segue l’entrata in scena del serpente, che fa subentrare il nodo della vergogna, che comporta la giustificazione, il rimprovero – «La donna che tu mi hai messo accanto…» (Gen 3,12). È il primo conflitto della storia quello coniugale.

Dio, allora, diviene sposo che risolve la tensione dell’amore: Egli è lo sposo che ama, insegue, perdona, rinnova. Israele è la sposa infedele che pur allontanandosi e tradendo, rimane amata. L’amore sponsale di Dio è strutturalmente fedele, non nonostante i nodi, ma attraverso i nodi.

Due libri biblici cantano la grandezza della pariteticità dell’amore. Il Cantico dei Cantici, scuola dell’amore sponsale, e Osea, con la straordinarietà paradossale della «conversione» di Dio.

Il Cantico dei Cantici conosce i nodi: c’è la distanza — «L’ho cercato e non l’ho trovato» (Ct 3,1); c’è la delusione — «Ho aperto al mio diletto, ma il mio diletto era già passato» (Ct 5,6); c’è il silenzio e la notte oscura dell’assenza, ma c’è anche la ricerca ostinata, il ritorno, il recupero dell’unità. Il simbolismo coniugale del Cantico vive il presente con tutte le sue difficoltà e crisi, non idealizza l’amore ma lo conduce, attraverso la prova, alla scoperta dell’altro, nella sua nudità.

Nel libro di Osea c’è il “capovolgimento del cuore” divino proprio quando la giustizia dovrebbe compiersi. Il cuore di Dio si ribella contro se stesso: «Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? Come potrei trattarti al pari di Admà, ridurti allo stato di Zeboìm? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione» (Os 8,11).​

La traduzione letterale dall’ebraico suona così: «il mio cuore si capovolge dentro di me». Il verbo è lo stesso usato per descrivere il «rovesciamento» di Sodoma e Gomorra (cfr. Dt 29,22): israele meriterebbe di essere rovesciato come le città maledette di Admà e Zeboìm, distrutte insieme a Sodoma e Gomorra, ma è il cuore di Dio che viene rovesciato, capovolto. Gli esegeti hanno usato espressioni memorabili per descrivere questo momento. Jörg Jeremias parla di una «capriola del cuore», mentre Luis Alonso Schökel di un «tuffo al cuore». È un momento di lotta interiore in Dio, dove due forze si contrappongono: l’ira giusta contro il peccato e la volontà salvifica radicata nella sua natura più profonda.

Il nodo sponsale sciolto da Maria ci rende capaci di assecondare il capovolgimento delle nostre emozioni e stati d’animo: dal risentimento all’accoglienza della fragilità dell’altro amato, dalla vergogna alla celebrazione delle nudità come luogo di incontro e sommo piacere. ​

Enrichetta Cesarale

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